Biblioteche e meta-biblioteche: tra dimissioni e grandi progetti

Che cos’è una biblioteca? A che cosa serve? È ancora oggi un luogo utile alla società?

Queste e altre domande affollano la mente di moltissimi studiosi e amministratori da anni e anni, ma risposte univoche e incontrovertibili ancora non ne sono state trovate. Quello però che possiamo notare è come in Europa negli ultimi 30 anni si sia investito molto in grandi progetti di biblioteche all’avanguardia [la Bibliothèque National de France a Parigi, il Jacob und Wilhelm Grimm Zentrum a Berlino, il Diamante nero di Copenhagen, etc…], mentre in Italia biblioteche e archivi continuano a chiudere e a ridurre l’orario di apertura in maniera indegna. Ogni studio diventa così difficoltoso, se non quasi impossibile. Vi sarà probabilmente capitato di leggere tra l’aprile e il settembre 2015 della campagna #savegam condotta a Torino da un manipolo di studenti di Storia dell’Arte per salvare dalla semi-chiusura ingiustificata la Biblioteca della Fondazione Torino Musei che conta la bellezza di 140.000 volumi circa, tutti a tematica storico-artistica. Fortunatamente la movimentazione servì a qualcosa.

Ma non sempre il risultato è stato così positivo, tanto che solo pochissimi giorni fa il professor Giovanni Solimine, noto biblioteconomo di primissimo livello, ha deciso di dimettersi dal Consiglio superiore dei Beni Culturali trovandosi in profondo disaccordo con la politica del Ministero circa la gestione delle biblioteche nazionali. Il cosiddetto concorsone non è stato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Perché in Italia avviene tutto ciò, in una sorta di controtendenza continentale?

La risposta potrebbe risiedere nella più totale assenza di un ragionamento strutturato sulla tematica da parte di chi ha il potere per poter decidere in merito. In altre parole: la biblioteca viene vista dagli stessi rappresentanti del MiBACT come un luogo chiuso, circoscritto, deputato alla più stretta ricerca che, a quanto pare, non è tra le principali preoccupazioni di un Governo più di apparenza che di sostanza. Ecco dunque che la biblioteca assume un ruolo, ahinoi, superfluo nella quotidianità cittadina. Il singolo cittadino non solo non è abituato a frequentare il luogo di cultura in questione ma non è nemmeno incentivato a farlo! E chi quel luogo desidera frequentarlo con l’assiduità di uno studioso non trova che ostacoli principalmente derivanti dalla penosa carenza di personale.

In questo contesto sufficientemente emergenziale sarebbe dunque opportuno ripensare alla biblioteca e alle sue funzioni.

Con estrema gioia nel numero di marzo 2016 di Biblioteche Oggi mi sono imbattuto nell’appassionato articolo di Antonella Agnoli dedicato al Dokk1 di Aarhus, in Danimarca.

Secondo l’autrice

definire Dokk1 una biblioteca sarebbe errato, è molto di più: è un grande progetto urbanistico, comunitario e sociale per la città.

Pensato come un progetto pluridisciplinare, è stato costruito in soli cinque anni dallo studio Schmidt Hammer Lassen che, con la cifra record di 268 milioni di euro, ha creato un luogo dove il prestito e la consultazione dei libri non sono che uno dei tanti aspetti atti a stimolare la cittadinanza a informarsi, a condividere, a proporre, insomma a prendere parte attivamente e propositivamente alla vita cittadina.

Già il nome Dokk1 ci fa comprendere l’idea di riqualificazione che ne sta alla base. Un luogo fondamentale per la vita della Aarhus industriale che è diventata la seconda città della Danimarca, da tempo appariva desolato e semiabbandonato. La nuova vita che sta rinascendo in quell’antico molo acquisisce così un doppio significato, di legame storico con il passato e di legame sociale con il presente della città.

Sale, saloni e salette di ogni dimensione costellano l’edificio con le più svariate funzionalità, tutte pienamente fruibili da qualsiasi cittadino con un qualcosa da fare. Si può venire qui con l’intenzione di leggere, di studiare, di prendere un caffè rilassandosi e contemplando il mare… non è nemmeno necessario giungere qui con dei colleghi: si può entrare, prendere uno spazio e presentare, attraverso apparecchiature multimediali fornite dalla sede stessa, un progetto che altre persone interessate possono contribuire a sviluppare. Già le ampie vetrate che costituiscono la struttura esterna reclamano un volontà di fusione tra questo luogo multiforme e la città[dinanza] che la attornia. Non dunque una biblioteca chiusa in sé stessa ma un luogo che dialoga e che produce, in concreto [progetti potenzialmente realizzabili] e in astratto [conoscenza, sapere].

Tutto questo con un particolare occhio di riguardo per i bambini, che godono di ampissimi spazi più o meno separati da quelli degli adulti, dove possono esprimere in libertà la loro prorompente creatività, senza quei timori reverenziali che invece nelle nostre antiquate biblioteche attanagliano persino il più smaliziato degli studiosi.

Non si dimentichi anche l’orario di apertura, di ben 82 ore settimanali!

E come non citare la tecnologia che permea gli ambienti? Prestito/restituzione libri automatizzato con schermi touch screen utilizzabili con semplicità anche dai bambini [ma questo non esclude il ruolo fondamentale dei bibliotecari]; auto elettriche a prezzo ridotto per gli utenti della biblioteca; prese elettriche [funzionanti] ogni 5/10 metri; luci specifiche per ogni ambiente, per accogliere e coadiuvare l’utente senza affaticarlo; etc etc…

All’interno del complesso c’è persino un Auditorium, uno spazio per la presentazione dei libri e molto altro, tra cui un bancone di servizi per il cittadino, tipo un’anagrafe. È evidente che ad Aarhus hanno piena coscienza del fatto che se ci si abituasse a frequentare il luogo biblioteca non ci sembrerebbe così anormale uscire il pomeriggio da casa per recarsi lì a leggere, ad ampliare le proprie conoscenze. In Italia, per contro, spesse volte il frequentatore della biblioteca viene visto come un appassionato perditempo, uno che investe parte del proprio tempo nella lettura invece che nella produzione di qualcosa di concreto.

È proprio la mentalità che va cambiata nella nostra penisola. Ogni singolo cittadino dovrebbe mutare la propria visione, cosìcché quando una biblioteca chiude si possa smuovere una protesta di massa, e non una indifferente scrollata di spalle.

L’esempio del Dokk1 non è che la punta di diamante di una gestione ragionata e cosciente di una realtà civica. L’Italia, per spazi e costi, probabilmente non può ambire a tanto, però non si può non rilevare come questa via innovativa e formativa dovrebbe costituire il modello per le realtà bibliotecarie che già possediamo, molte delle quali con storia e fondi di centinaia di anni alle spalle. Se la comunità dei biblioteconomi ha compreso questo ormai da tempo, le domande da porsi diventano: quando lo comprenderanno anche le nostre amministrazioni? Quando il Governo tornerà a investire in progetti veramente utili ai cittadini di oggi e, forse ancor di più, a quelli di domani?

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