Antonello superstar: tanti visitatori, poca ricerca

Si è conclusa da pochi giorni a Palazzo Reale a Milano la mostra dedicata ad Antonello da Messina.

L’ho visitata nel suo ultimo giorno di apertura e malgrado sia arrivato alla sede a biglietteria ancora chiusa una lunga coda di persone era già presente in fila per poter vedere con i propri occhi le 19 opere del maestro siciliano, giunte nel capoluogo lombardo da tutto il globo terracqueo. Che cosa ha scatenato questo amore per le sue opere?

Senza dubbi la mostra ci aiuta a comprendere meglio dove ha origine il mito di Antonello (che è anche il titolo poco originale della prima sala), ovvero nello straordinario lavoro di censimento effettuato nel cuore dell’Ottocento da Giovanni Battista Cavalcaselle, sensibile amante dell’arte, sensibile a tal punto da divenire, attraverso una vita un poco travagliata, uno dei padri fondatori della storia e della critica d’arte in senso moderno. Viaggiò in Europa e con l’aiuto dell’amico scrittore Joseph Archer Crowe pubblicò volumi fondamentali sui primitivi fiamminghi prima e sulla storia dell’arte italiana poi. Viaggiò anche in lungo e in largo attraverso la penisola italiana, sempre armato dei suoi fedeli taccuini sui quali annotava minuziosamente, disegnando, le opere d’arte nelle quali s’imbatteva. Effettuò così uno straordinario censimento d’immagini che si dimostrò utile a vari scopi, tra cui, e questo è il punto che interessa a noi, a riscoprire l’opera di Antonello da Messina e a creare un corpus di dipinti afferenti direttamente alla sua mano, ponendo di fatto la prima pietra miliare di un lungo percorso di riscoperta di un artista ancora oggi troppo avvolto da ombre e incertezze.

Ed è proprio questo il punto: a che cosa serve questa mostra?

Il grande pubblico risponderà che grazie a un evento come questo migliaia di persone hanno potuto vedere direttamente le opere di Antonello, alcune delle quali custodite in collezioni estere. Non v’è dubbio che questo sia un punto molto positivo a favore della mostra, purtuttavia gli storici dell’arte devono domandarsi qualcosa in più, per esempio: accertato il fatto che ogni opera si deteriora, in varia misura, ogni qualvolta subisca uno spostamento impegnativo come quello richiesto per una mostra, vale la pena effettuare questo spostamento per il mero godimento estetico delle opere? Ovviamente no. Il trasferimento è giustificato laddove l’opera vada a ricongiursi a un insieme di altre opere in modo che sia agevolata non solo la fruizione visiva, bensì anche la ricerca. Gli studi devono progredire e talvolta l’unico modo per poterlo fare è confrontando direttamente due o più opere per capire meglio il contesto culturale, per facilitare un’attribuzione e per mille altri motivi.

La nuove domande da porsi diventano: questa mostra milanese, oltre a presentare le opere in successione, agevola la ricerca? Ha una qualche utilità per la comunità scientifica? I danni, più o meno visibili, che colpiranno le tavole esposte, sono giustificati da un guadagno che non sia banalmente quello del denaro incassato dai biglietti?

E qui nasce il vero problema in quanto: no, la mostra non fa nulla di tutto ciò. Basti notare questo dettaglio: ogni opera (con un paio di irrilevanti eccezioni) è esposta in una sala ad essa interamente dedicata. È questo un bene che agevola la visione dell’opera? Sì, se intendiamo l’opera come un feticcio sacro da venerare in un contesto totalmente slegato dal mondo che lo circonda. Ahinoi, questo non è il corretto modo di approcciarsi alle opere d’arte, tantomeno a quelle del Quattrocento. Il risultato è una sequela di opere totalmente decontestualizzate che non dialogano con null’altro che con loro stesse e che non permette di comprendere nulla circa l’operato di Antonello da Messina, circa le sue radici, la sua formazione, le sue influenze, le sue innovazioni, il suo lascito per gli artisti coevi e successivi. Il visitatore si trova costretto a guardare capolavori assoluti con la stessa profondità di analisi che si può avere sfogliando una rivista di moda. Bello il San Girolamo nello studio. Bello il Ritratto Trivulzio. Bella l’Annunciata di Palermo. Ok, e quindi? Sarebbe stato interessante fermare all’uscita un campione casuale di 100 persone nell’arco di una giornata e chiedere loro che cosa hanno capito di Antonello e della sua arte, da dove essa tragga origine e come abbia influito nel corso dell’arte a lui successiva. Sono ben certo che la maggior parte di loro, giustamente visto che non gli sono stati forniti gli strumenti per fare diversamente, non avrebbero saputo rispondere se non con ripetitive frasi di circostanza, magari sovvenute alla mente da quelle lette qua e là nei totem presenti nelle sale.

E vorrei non parlare dell’allestimento. Il San Girolamo nello studio della National Gallery di Londra è la prima opera di Antonello che il visitatore incontra in mostra. Innanzitutto mi piacerebbe capire perché sia stato esposto per primo, visto che è considerata un’opera della maturità artistica del pittore e il resto della mostra segue un ordine cronologico. In seconda battuta c’è da domandarsi come mai non ci si possa avvicinare più di tanto. L’opera non è protetta da un vetro, ma ha potenti sensori che suonano a volume strabiliante qualora qualcuno provi a puntare il naso in prossimità dell’opera. Intendo: vanno bene i dissuasori sonori (non a questo volume), ma come mai altre opere in mostra sono protette da un vetro? Proprio l’opera più minuziosa e dettagliata di Antonello era da esporre in questo modo? Giuro che pur stando in seconda fila tra la folla di persone non sono riuscito a distinguere il leone. Vedevo una macchia di colore e sapevo che era il leone ma, pur avendo 10/10 di vista, faticavo tremendamente a distinguerlo.

Mi sono anche imbattuto in una sala dove non si poteva sostare. Una guardia, un foglio e un nastro avvertivano che a causa di disagi tecnici non si poteva che camminare rapidamente in quella sala che, caso raro, ospitava ben due ritratti di Antonello. Chiedendo spiegazioni alla guardia apprendo che il pavimento si è rialzato e quindi costituisce un pericolo. Non so bene che cosa significhi, ma so che in una mostra che propone relativamente poche opere, questo non dovrebbe accadere.

Insomma, qua non si discute la meraviglia costituita dalle opere in mostra e nemmeno l’illuminazione, mai fastidiosa, oppure l’ampiezza della sale, ben commisurate all’afflusso di visitatori. Qua si invita a riflettere sull’utilità di certe mostre, sui rischi che ne derivano, dunque sulla grande occasione mancata. Quanto bisognerà aspettare per incontrare nuovamente un nutrito numero di opere di Antonello? Non lo sappiamo, ma speriamo che la prossima volta grande pubblico ed esperti possano uscire dalla mostra culturalmente arricchiti per davvero.

Danilo Cardone

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