I disegni di Leonardo si mettono in mostra

Per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci i Musei Reali di Torino nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda propongono una mostra dedicata a una certa produzione artistica del genio toscano. Protagonisti dell’esposizione sono i disegni, tredici autografi più altri tratti dal Codice del Volo, solitamente custoditi alla Biblioteca Reale del capoluogo piemontese, i quali costituiscono il nucleo attorno al quale il comitato scientifico ha ragionato per organizzare la mostra. Vale la pena d’essere visitata?

L’anticamera del percorso propone, come spesso accade, un video. È una sequenza di qualche minuto dedicata al volo e diretta da David Attenborough. È necessario indossare gli occhialini 3D per poterla vedere. Prima viene proposta una ricostruzione digitale dell’aliante progettato da Leonardo a fine Quattrocento, poi possiamo ammirare l’ammaliante battito d’ali del colibrì. Carino, per carità, avrebbero potuto far di peggio proponendoci un ritratto di Gesù Cristo deformato digitalmente mentre dai suoi occhi escono lacrime e in sottofondo parte una musica che nemmeno nei film d’azione di serie C d’inizio anni Novanta (è successo davvero alla imbarazzante mostra La bottega di Leonardo), però non arricchisce lo spettatore in relazione a ciò che sta per osservare nelle prime sale della mostra. È puro intrattenimento, non cultura.

Le prima sala funziona indubbiamente bene. Sono proposti tre disegni di Leonardo (Studi di carri falcati, Ercole con il leone nemeo, Testa virile di profilo incoronata di alloro) affiancati da opere più antiche e coeve (statue, monete, disegni) a testimonianza della continuità estetica e d’intenti che pervade Leonardo, uomo dai mille interessi e di grande cultura visiva. Per il grande pubblico gli accostamenti sono semplici e intuitivi, per il visitatore più esigente questa prima sala è una sorta di aperitivo dove i confronti con le opere di Baccio Bandinelli e con l’Ercole Santarelli sono sfiziosi e calzanti anche se un poco caotici.

La sala successiva non è inferiore alla prima, anzi, a livello espositivo è anche più gratificante. Luci soffuse, opere ordinate e ben illuminate, pareti d’un sordo grigio che avvolge lo spettatore in visita come fosse velluto. Il clima pacato che si respira in questi spazi agevola l’osservazione dei disegni dedicati allo studio anatomico, alle ricerche di proporzioni e prospettiva che non solo Leonardo, ma anche altri mostri sacri dell’arte rinascimentale come Antonio del Pollaiolo, Sandro Botticelli, Michelangelo e Albrecht Dürer eseguono tanto in riferimento al corpo umano, quanto a quello del cavallo.

Tutto in questa mostra sembra procedere nel verso giusto, senonché si giunge alla sala del celebre (presunto) Autoritratto a sanguigna di Leonardo del 1515 circa. Le luci si fanno ancora più fioche, le pareti diventano nero pece. In fondo alla saletta, l’apparizione. Un evanescente canuto Leonardo affiora dalla superficie della carta maculata dal tempo per essere ammirato in tutta la sua fragilità. Lo spettacolo incontra le esigenze di conservazione. I problemi sopraggiungono quando ci accorgiamo che nella stessa sala sono presenti tre opere indaganti il tema dell’autoritratto nell’arte. Ancor prima di sapere quali siano queste opere, la domanda che chiunque può farsi è: è possibile che uno dei più vasti temi della storia dell’arte possa essere indagato con sole tre opere? Ovviamente no. Tantomeno se, in una mostra sinora filologicamente corretta, vengono proposti autoritratti di Salvo, Luigi Ontani e Alberto Savinio. Che cosa c’entrano con Leonardo? Perché scadere così tanto nella più bieca banalizzazione del tema volendo strizzare l’occhio alla contemporaneità? Perché voler fare i fighi facendo credere allo spettatore medio che basti accostare a Leonardo tre opere contemporanee qualsiasi per fare qualcosa di arguto e innovativo? Nessuno discute il valore delle singole opere, ma che cosa ci fanno in questa sala, in questa mostra, in questo palazzo durante la mostra su Leonardo da Vinci? Come se non bastasse nella stessa sala c’è una piccola medaglietta del 1669 di Léonard Hérard raffigurante Leonardo (ma non era la sala degli autoritratti?) esposta talmente male da non poter essere vista. L’ombra del nostro corpo coprirà sempre e per intero il piccolo oggetto avvolto nell’oscurità.

La sala successiva riporta gioia negli occhi del visitatore proponendo alcuni eccellenti disegni di Leonardo tra cui il Ritratto di fanciulla forse usato come studio preparatorio per la Vergine delle Rocce, altri disegni di suoi seguaci, una meravigliosa Testa di giovane coronata di fronde del Boltraffio e una piccola tela di Raffaello, frammento superstite della smembrata e dispersa Pala Baronci, opera giovanile dell’artista urbinate.

E poi via via la mostra decresce d’intensità e interesse ridestando la nostra curiosità sul finale quando troviamo esposta una selezione di edizioni di libri a stampa tra quelli posseduti direttamente dal maestro di Vinci.

Insomma, ci troviamo di fronte a una esposizione un poco ambigua, che alterna momenti decisamente efficaci a scivoloni imperdonabili. Il fatto che a qualche mirato prestito siano state rimestate opere già dei musei torinesi (non solo i disegni leonardeschi) non è in questo caso un problema in quanto laddove si presenti una certa intelligenza espositiva non è necessario andare a privare altre collezioni di pezzi importanti. La maggior parte dei visitatori vivrà questa mostra osservando con interesse e stupore i tratti grafici del genio di Leonardo senza chiedere altro, purtuttavia molti sono gli spunti dei temi trattati, ma pochi sono gli aspetti scientifici veramente indagati. Il privilegio di potersi trovare a pochi centimetri da questi piccoli preziosi irripetibili capolavori è ciò che giustifica la visita.

Danilo Cardone

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