Giovanni Migliara. Una mostra aiuta a riscoprirlo

La mostra Giovanni Migliara. Viaggio in Italia aperta sino al 16 giugno 2019 al Museo di Arti Decorative Accorsi – Ometto di Torino è una di quelle mostre che vale la pena d’essere visitata.

Non sarà articolata in decine e decine di sale, non sarà dedicata a uno dei mostri sacri della storia dell’arte come possono esserlo Leonardo o Caravaggio, non proporrà nelle locandine alcuna opera-feticcio in grado d’essere riconosciuta anche dal pubblico meno colto, eppure è una bella mostra. Non intendo soltanto bella a livello estetico, ma bella per come è stata organizzata, per come si sviluppa, per come accompagna il visitatore attraverso sette sezioni e più di cento opere alla scoperta del percorso evolutivo di un pittore di fama straordinaria nella prima metà dell’Ottocento soprattutto norditaliano.

Alessandrino d’origine, milanese d’adozione e per certi versi torinese per collezionismo, Giovanni Migliara (1785 – 1837) inizia la sua carriera artistica dapprima come ebanista presso il maestro Giuseppe Maria Bonzanigo e poi come aiutante scenografo presso Gaspare Galliari. A ridosso degli anni Dieci dell’Ottocento deve interrompere i suoi viaggi a causa di disagi polmonari e può concentrare così la sua arte nella pittura da studio.

È da qui che parte la mostra curata da Sergio Rebora, dalle prime opere che seguono il suo esordio pubblico avvenuto nel 1812 al concorso annuale di pittura indetto dall’Accademia di Brera di Milano. La Veduta veneziana con figure in costume goldoniano e Le Colonne di San Lorenzo a Milano con particolari fantastici, entrambe del 1814, sono efficaci testimonianze di questo suo primo periodo artistico caratterizzato da evidentissimi echi veneziani nel senso del Canaletto e forse ancor più del Bellotto e del Guardi. Il gusto, potremmo dire già démodé, non rende però l’idea d’essere qualcosa di superato e stantio. L’intelligenza espositiva mette sin dalla prima sala in evidenza quale sarà una delle direzioni intraprese dal Migliara. La sua personale ricerca adatta senza alcuna difficoltà il gusto anche dei committenti più legati alla tradizione passata al nuovo corso della pittura romantica. Lo adatta a tal punto da diventare egli stesso il nuovo riferimento per i collezionisti più facoltosi di città rilevanti come Torino e Milano. L’ascendenza veneziana si trasforma presto in capriccio rovinistico con il passare del tempo sempre più lontano da qualsiasi influenza neoclassica in favore d’un fiamminghismo che vivifica le scene. A ciò si aggiunga che la formazione da scenografo del Migliara (si veda Interno con arcata e scalinata o Scenografia di sotterraneo del 1822 ed esposto anch’esso nella prima sala) non tarderà ad assoggettarsi alle più svariate esigenze vedutistiche e prospettiche. Migliara, infatti, diventa ben presto non solo un caposcuola, ma persino l’apripista di alcuni modelli compositivi che troveranno agilmente un ampio stuolo di collezionisti, dunque un naturale nugolo di seguaci e persino il non scontato favore del grande pubblico.

Il riferimento, per esempio, può essere alle sue vedute d’interni, in primis di luoghi di culto (si vedano Interno del Duomo di Milano del 1820 e Interno della Basilica di San Marco in Venezia del 1835) le quali formeranno inequivocabilmente la poetica di un altro personaggio fondamentale della pittura lombarda ottocentesca, Luigi Bisi. A queste vedute s’affiancano quelle, anche in questo caso con preferenza per i luoghi sacri, dedicate a luoghi semichiusi come sono chiostri e loggiati (si vedano Il chiostro del noviziato della Basilica del Santo a Padova del 1820-28, La Loggia dei Lanzi a Firenze del 1826 e Lo Scalone dei Giganti a Venezia del 1829ca.), a vedute di palazzi e facciate di chiese attraverso porticati che fungono da quinta scenica architettonica (si veda Veduta di Santa Maria presso San Celso a Milano del 1820ca.), e ancora a sfondamenti prospettici garantiti dall’inframezzo di semplici arcate (si vedano Ingresso della Certosa di Pavia del 1818-20, Interno del santuario di Subiaco del 1833 e Casa di Michelangelo in Roma del 1834ca.).

Questo genere di vedute, nel maggior parte dei casi appassionate dal contrasto tra calde luci e tenebrose ombre, sfocia talvolta e senza indugi nel troubadourisme più propriamente detto, con scene di revival d’ambiente storico (si veda Visione notturna del cortile del Palazzo di Giustizia in Firenze del 1833ca.) e di revival desunto da fonti letterarie come nel caso degli acquerelli dedicati a Romeo e Giulietta e a Paolo e Francesca da Rimini, entrambi del 1826, i quali s’inseriscono in un solco iconografico che all’epoca si stava tracciando in Italia grazie ai prodigi pittorici di Francesco Hayez, ma che trovava le sue più frequenti applicazioni in ambito francese e inglese e che perdurerà perlomeno sino al tramontare del secolo.

La capacità di Migliara di svecchiare il vedutismo e di inserirsi in un contesto di gusto internazionale lo fa avvicinare a quella tipologia di dipinti che, e si arriva così a comprendere meglio il sottotitolo della mostra Viaggio in Italia, si concentra sempre più sulle peculiarità architettoniche della penisola italica. Così come era consuetudine per gli artisti viaggiatori del Grand Tour con i loro voyages pittoresques e così come sarà pratica comune tra gli artisti che si adopereranno per censire il patrimonio storico e artistico della nascente Italia, Migliara dagli anni Venti dell’Ottocento viaggia per il Bel Paese e ritrae piazze ed edifici senza mai dimenticare chi quegli stessi luoghi li abita. Queste opere indicano la chiara via moderna per la rappresentazione di veduta e si legano a doppio filo tanto alle pubblicazioni editoriali, sempre maggiormente proiettate alla dimensione da camera della riproduzione delle opere d’arte, quanto a quella che da lì a una decina d’anni sarà la fotografia. Vedute il più possibile oggettive dal punto di vista architettonico assolvono a un desiderio crescente di collezionismo borghese e diventeranno in futuro strumento educativo. A questo momento, terza e quarta decade del secolo, il dettaglio cronachistico e di genere è ancora ineludibile, purtuttavia le vedute di Migliara servono già da riferimento per le traduzioni in acquaforte e in acquatinta effettuate per mano di Johann Jakob Falkeisen dal 1833 e un paio di anni dopo anche da Luigi Cherbuin i quali, non a caso, saranno gli artefici principali dell’avanguardistico progetto editoriale pubblicato da Artaria dal 1840, il quale dà alle stampe vedute d’Italia d’àpres le daguerréotype. Due esempi su tutti, tra le opere esposte in mostra, sono rappresentati dall’acquerello L’arco della Pace a Milano del 1815ca. e dall’olio su tela Piazza del Duomo in Milano realizzato cinque anni dopo.

Seppure le opere di Giovanni Migliara, soprattutto in riferimento alle vedute d’interni e alle scene di genere, vengano persino accostate nelle collezioni private a dipinti del Seicento fiammingo come quelli di Pieter Neefs il Giovane [1], Migliara è senza dubbio artista aggiornato alla sua epoca, tanto da esserne un innovatore. A quanto detto sinora deve aggiungersi ai meriti del pittore quello di aver dato la miglior espressione e la più grande fama ai tanto piccoli quanto preziosi fixé sous verre. Mettendo in pratica una particolare tecnica inventata in Francia nella seconda metà del Settecento, Migliara diventa maestro in questa delicata e precisa arte che tanto entusiasmerà i collezionisti. Sono in particolar modo le vedute e le scene di genere e di storia care al pittore i soggetti prediletti per questi microdipinti su taffetà (cioè su seta), incollati a un vetro concavo attraverso un intruglio dalla consistenza mielosa ottenuto tramite la miscela di gomma arabica e zucchero candito. Il risultato, fragile ma di lucentezza estrema, è straordinario e la mostra torinese rende giustizia a questo particolare aspetto artistico esponendo svariati esempi di fixé, accostati sempre con intelligenza alle opere di formato più tradizionale.

Visti anche i recenti e truffaldini disastri espositivi inscenati a Torino, non si può che plaudere a una mostra di questo tipo. Sergio Rebora si dimostra, ancora una volta, sensibile cultore delle vicende artistiche ottocentesche e gli eccellenti risultati del lavoro condotto sono evidenti anche tra le pagine del catalogo della mostra, aspetto tutt’altro che secondario in un’occasione di ricerca e divulgazione come questa. In una esposizione così ben orchestrata l’unico vero appunto lo possiamo fare in riferimento all’assenza di confronti diretti con opere di altri artisti a Migliara coevi o a lui immediatamente successivi. I sontuosi ed eleganti spazi della sede espositiva sono consoni, ma limitati, il che fa sperare che una mostra futura possa condurre il pubblico alla scoperta diretta di quanto appena evidenziato.

Danilo Cardone


[1] Cinzia Lacchia, Migliara nelle collezioni di casa Borgogna a Vercelli, in Sergio Rebora (a cura di), Giovanni Migliara. Viaggio in Italia, catalogo della mostra (Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi – Ometto, 28 febbraio – 16 giugno 2019), Cinisello Balsamo, Milano, Silvana Editoriale, 2019, p. 48

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