Al SMK di Copenhagen i “negri” diventano “africani”

La Danimarca, da decenni ormai, dà lezioni di civiltà un po’ a tutta Europa. Certo, non sempre, ma casi esemplari come quello del Dokk1, del quale vi ho parlato qui qualche giorno fa, non possono essere giudicati diversamente.

In questi giorni è però scoppiato un caso che fa discutere alacremente dentro e fuori i confini nazionali. Il fatto scatenante è questo: l’SMK, ovvero il Museo Nazionale della Danimarca, ha deciso di cambiare il titolo a 14 opere, 13 delle quali contenevano la parola neger, ovvero negro. Non è un termine politicamente corretto e dunque ecco la strabiliante idea di ometterlo o di sostituirlo con il più generico afrikansk, cioè africano.

Quella che sembra una innocente trovata per sfavorire la discriminazione razziale rischia, a detta dei detrattori dell’iniziativa, di cambiare la percezione di quelli che sono stati degli avvenimenti storici. La Danimarca ebbe le sue colonie e, senza eccedere, sfruttò la schiavitù sino al 1803, così come molte altre nazioni fecero prima e dopo. Quelle opere, così come moltissime altre, sono indice e testimonianza di un passato che non può e non deve essere cancellato.

Le domande da porsi diventano: sino a che punto si deve essere civili? E: da che punto si rischia di essere negazionisti e oscurantisti?

Bisogna notare, in ogni caso, come il numero delle opere in questione sia esiguo e, per giunta, molte delle quali non sono nemmeno esposte nel percorso di visita ma sono consultabili solo su appuntamento. Questo provvedimento non scombina più di tanto gli equilibri di una nazione intera, come qualcuno vuole far credere.

Certo è che, e l’Accademia della Crusca conferma, non è etimologicamente errato riferirsi a una persona di colore nero chiamandola negro. I fatti societari che dagli anni Settanta in avanti sono successi hanno connotato quel termine con valenze alquanto negative, però, se ci si sta riferendo a opere d’arte create secoli addietro, è giusto intervenire investendo quel termine di significati retroattivi che all’epoca non esistevano? Pare un po’ un falso storico. Anche perché a ben guardare le opere in questione non ci sono scene di torture o di sfruttamento di quelle persone, dunque la valenza negativa, ancora una volta, è nella malizia dell’uomo del XXI secolo, e non nell’opera d’arte in sé.

Per comprendere meglio la questione danese, è utile analizzare un altro dato: quale termine preferiscono usare i cittadini danesi per riferirsi alle persone di origine africana?

35% – Afrikansk (africano)

24% – Neger (negro)

23% – Sort (nero)

9% – Farvet (di colore)

9% – altro / non sa

Ecco dunque che la scelta dello Statens Museum for Kunst di Copenhagen, a fronte di questo dato, non appare più soltanto una trovata perbenista, ma assume una connotazione di preferenza popolare. C’è però da domandarsi se la popolazione possa intervenire così nel modificare una parte dei dati storici. Malgrado neger non sia il termine preferito dalla maggioranza, rimane comunque quello storicamente più corretto. In altre parole: non è che alla maggior parte dei francesi non piace il colore del vestito della Monna Lisa e allora si interviene per modificarlo.

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